Reggio: C’era una volta la civiltà aspromontana mentre oggi “la nuova Sant’Alessio del Kilimangiaro”

Di Giorgio Arconte – C’era una volta la civiltà dell’Aspromonte, una società contadina a volte anche un po’ rozza, ma capace di suscitare un fascino così forte da essere richiamato dalle nostre nostalgie e addirittura più volte cantato da diversi autori, su tutti il sempre osannato Corrado Alvaro.

Sapori, riti, tradizioni, costumi, racconti, casolari, mulini che hanno costruito nei secoli un’identità ricca sotto ogni profilo da quello culturale fino a quello demografico. Ma poi venne Garibaldi e la sua compagnia, l’Italia fu unita nel nome del progresso e della libertà così anche queste lande aspromontane poterono uscire dalla loro condizione di (presunta) arretratezza e trivialità. Certo, il processo è stato faticoso e lento ma inesorabile.

Pian piano le comunità aspromontane, che un tempo nonostante tutto non conoscevano la povertà, hanno cominciato a svuotarsi: la propria terra improvvisamente non bastava più per vivere. Un po’ come l’Africa, che prima di incontrare l’uomo occidentale nonostante tutto non conosceva la fame.

È il progresso bellezza, forza storica incontenibile. In molti così commenterebbero ma senza essere in realtà molto convincenti.

D’altronde non possono esserlo perché la storia, ci insegna Vico e l’esperienza, non è un processo lineare ed ineluttabile verso un mondo migliore, anzi, verso l’unico mondo migliore possibile tanto che secondo l’economista Francis Fukuyama saremmo già arrivati a «La fine della storia», ovvero avremmo già raggiunto ogni apice del nostro sviluppo politico, sociale ed economico. E non possono essere convincenti soprattutto perché la realtà risulta essere molto contraddittoria.

La civiltà aspromontana continua a morire per povertà indotta e i suoi paesi un tempo pieni di dinamismo continuano a svuotarsi inesorabilmente. L’economia è cambiata, si è industrializzata e globalizzata tanto che non ci sono più le risorse minime per garantire un futuro dignitoso, la terra non garantisce più un entrata economica in grado di sfamare bocche.

Oggi l’Europa ci chiede di stare attenti alla lunghezza del cetriolo, le banche non fanno credito perché sono in crisi e così lo Stato esige tasse su tasse. Tutto questo è incompatibile con un’economia rurale e a misura delle piccole comunità perciò non resta che diventare briganti… o migranti. E giù a piangere.

Si, in molti fra analisti e politici piangono lo spopolamento delle terre aspromontane, calabresi e meridionali. Dicono che questo fenomeno accelera l’impoverimento di queste zone, accusano il rischio di perdere una millenaria identità culturale, denunciano che non solo braccia ma soprattutto menti qualificate vengono sottratte allo sviluppo del territorio. Lacrime disoneste!

E non solo perché la risposta non è mai l’imbastimento di concrete politiche demografiche ed economiche atte a rivitalizzare il comprensorio interessato. Se da un lato si piange e si denuncia l’emigrazione nostrana come fenomeno negativo e si rivendica il diritto a non emigrare dalla propria terra, dall’altro tutto questo non vale.

Si continuano, invece, a sostenere i continui sbarchi di migranti irregolari sulle nostre coste, addirittura ci si felicita per il ripopolamento di alcuni paesi. Un atteggiamento un po’ schizofrenico, soprattutto se si pensa che l’economia di queste nostre zone povera era e povera resta nonostante l’arrivo di queste persone dall’altra sponda del Mediterraneo. Non sono e non possono essere, infatti, semplicemente i migranti in quanto tali a risollevare questi paesi dell’entroterra reggino se prima non si sviluppano politiche capaci di rimettere in moto un’economica.

Dietro la retorica della accoglienza si sta, invece, alimentando un sistema di sfruttamento di cui oggi non si possono scorgere gli effetti. Prima o poi il tempo dell’assistenza dovrà terminare. Non si può pensare che la (giusta) accoglienza possa gravare in eterno sulle spalle dei contribuenti italiani, tra l’altro, secondo dati Istat, sempre più poveri e disoccupati, e non appena terminerà questa fase anche gli immigrati avranno bisogno di uno stipendio che l’Aspromonte non è in grado di dare.

Perché allora perseverare in quella che non è altro che una retorica? Perché tessere le lodi dei paesi “ripopolati”? La risposta ce la fornisce Diego Fusaro, un filosofo contemporaneo di formazione marxista e gramsciana. Oggi i migranti – così come ieri quando i nostri conterranei abbandonavano l’Aspromonte per andare a lavorare nelle fabbriche del nord Italia – non sono altro che l’esercito di riserva del Capitale, ovvero risorse a basso costo salariale e senza diritti sociali. Ma non solo, oggi i migranti hanno anche un altro valore perché rappresentano addirittura un modello antropologico perfettamente funzionale alla nuova società dei consumi: il precario.

Senza patria, senza radici culturali, senza famiglia, senza casa, senza lavoro stabile il migrante è il lavoratore perfetto del futuro. Allora io non riesco proprio ad accorarmi agli applausi rivolti alla nuova Sant’Alessio del Kilimangiaro, continuo a denunciare un futuro negato e rubato ad una terra meravigliosa e a tanti poveri sfruttati.

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